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MTB Triathlon Sprint di Riva del Garda – dal nostro inviato Picktor la cronaca
della gara dei nostri incredibili atleti
Che
bella cosa è na jurnata ‘e sole- canticchiavano domenica gli atleti dopo il
triathlon di Riva del Garda, in quel 11 luglio che ha visto imbiancati i passi
dolomitici causa abbondante nevicata ed il precipitare delle temperature.
Alle
7 di mattina davanti la spoglia abitazione del Vicentini, guardata a vista da
Sara ed Ambrogio, gli atleti del Finisher Team ritrovatisi per l’ennesima
prova di carattere scrutano con timore il cielo, lato Carega. Parise Vicentini,
quindi Gasparotto e Carletti sono dubbiosi sulle condizioni meteo di Riva,
mentre il Sanson già si è lanciato in bici con l’arduo compito di valicare
Pian delle Fugasse ed arrivare sano a Riva, piccolo allenamento in vista del 26
settembre per il suo triathlon lungo di Nizza. Qualcuno dice che il giusto
allenamento prevedrebbe il ritorno in bici, ma l’atleta sindacalista si è già
riservato un posto in auto. Tappa al Passo, dove la temperatura è gelida, e
minacciose nubi coprono per intero Pasubio e Cornetto. Il cielo dalla parte di
Rovereto è anche peggio, e finalmente arrivati a Riva inizia pure a piovere.
Ivi si trova già il Presidente, desideroso di lanciarsi tra i gelidi flutti del
lago e così tornare alle competizioni, mentre il giudice supremo Elisa sta
distribuendo i pacchi gara con una morettina massaggiatrice off limits, of
course. Manfrinenko e il suo staff, abituati ai rigori del clima ucraino
sembrano non preoccuparsi troppo per il gelo. Cha fare? Bè intanto si torna in
auto al calduccio, e lì si rimane, dopo aver tirato giù le bici ed averle
preparate per un’eventuale partenza. Più passa il tempo e più piove… chissà
Sanson come si sta divertendo giù per la Vallarsa col l’acquazzone, se mai è
sopravvissuto ai rigori del Passo. Comincia a farsi strada una splendida idea:
lasciare Riva e tornare su al Pian delle Fugasse dove fare un’abbuffata di
salsiccia e polenta, con un buon rosso riscaldatore. Invece colpo di scena, una
mezz’oretta prima del via la pioggia cessa improvvisamente, permettendo così
agli atleti di andare a sistemarsi la bici nel parco gara. L’aria comunque è
decisamente fredda, ed è un sollievo quando ci si infila nella muta che almeno
offre un po’ di riparo. Così bardati si va subito a tastare l’acqua… la
direzione gara annuncia 17 gradi, e lo stare in ammollo alcuni minuti provoca già
dolori ai piedi. Fanno impressione i pazzi che decidono di partire senza la
muta. Ormai manca poco ed intanto è giunto pure Mauro con famiglia, quasi sul
filo di lana, e fa la sua comparsa pure il Pez, un po’ umido ma abbastanza a
posto. La partenza è situata a qualche centinaio di metri dal parco gara, e vi
è già parecchia gente lì attorno, nonostante il tempo poco favorevole. Come
di consueto il via viene dato mentre gli atleti stanno in acqua a qualche metro
da riva, e quegli istanti lì al gelo sono proprio lunghissimi, quando
finalmente si parte; pian piano
l’acqua fredda invade lo spazio fra muta e corpo, facendo “andar via el fia”.
E’ solo uno sprint, dura poco, sono i pensieri utili a tirare avanti. E
infatti poco dopo c’è già l’arrivo, con addirittura una corrente d’acqua
più calda ad accogliere gli atleti infreddoliti. Durante il cambio si nota che
pure il sole è uscito, e larghi sprazzi di azzurro fanno ben sperare, mentre
l’incitamento del pubblico è sprone per ripartire più o meno velocemente in
sella alla mountain bike. Come sempre il cambio del Parise dura circa il doppio
di quello degli altri… che sia per il pelo da asciugare o per la muta di
Clooney? Appena partiti ed ecco la prima difficoltà: c’è da superare la
scalinata, stretta e ripida, che porta sulla stradina per il Brione. Tutti bici
in spalla, calca che neppure su per le 52 Gallerie del Pasubio, e dietro un poco
cortese atleta che sbuffa ed impreca per il traffico, come se qualcuno stesse
appositamente bloccando lui, il Campione. Ma ci pensa PP a redarguirlo: “Ma
cosa urlito? Se te gavevi tanta pressa te podevi vegner fora prima dall’acqua
no?” Il fellone rimane zittito. Da lì inizia la salita su comoda strada
asfaltata fino alla parte più tecnica del tracciato, fatta di discese
impegnative su fango cemento e ciottolato, tornanti con ripidi cambi di pendenza
e insomma la lotta è serrata e non vi è un attimo per prendere la borraccia.
Molti seguono la via della prudenza, rallentando in discesa, cercando solo di
arrivare, mentre vi sono i più spericolati e probabilmente usi alla mtb che
scendono come fulmini. Il giro è da percorrersi una seconda volta, per un
totale di 13 km circa, quindi sotto un sole che ormai la fa da padrone si torna
verso il porticciolo per la frazione podistica. Mauro scopre le gioie della mtb
forando la ruota anteriore, ma indomito continua la gara terminando la prova in
bici con la mtb per mano. Bellissimi come sempre i 5000 metri a piedi attraverso
il lungo lago e quindi il centro di Riva del Garda, resi unici dal calore della
gente, veramente tanta, che seguiva la gara. Le spiaggette si sono infatti
riempite non appena il sole ha iniziato a scaldare con maggior decisione, e così
ora tutti seguono la parte finale della gara, incitando ed applaudendo gli
intrepidi triathleti.
Manfrinenko
conferma l’ottimo stato di forma giungendo 11° in 1h 06’ 32”, mentre dopo
circa 5 minuti arriva Adriano; il Presidente batte di 30 secondi Vicentini (che
pur correva con una mtb spaziale del suocero) che taglia il traguardo dopo 1h
17’ 45” mentre l’Avvocato Carletti si attarda e giunge in 1h 21’ 03”;
dopo poco più di 1 minuto vi è il PP che non si capacita ancora come mai il
suo tempo del primo cambio sia di 1 minuto più alto del più alto dei tempi dei
suoi colleghi. Mauro, che correva per gli amatori (di che cosa?) finisce in 1h
34’ 55” nonostante la foratura che lo ha seriamente danneggiato.
Dopo
la gara come di consueto si cerca il Sanson, introvabile custode delle chiavi
dell’auto, che stava cazzeggiando col Sommaggio, giunto vestito da festa
(“Credevo fosse domenica prossima la gara”) ancora evidentemente sotto shock
da Bardolino, e pian piano si recupera tutto il materiale disseminato qua e là.
Manfrinenko ha un bel daffare a ritrovare il suo casco ma si sa, Tutto è bene
quel che finisce bene, e così dopo un’ultima sequela di bad words spese per
uscire dal parcheggio ci si dirige verso casa con Sanson che, provato da tante
emozioni, si appisola nel suo cantuccio tra le ruote delle bici …